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Perdita di gas da una cisterna: paura a Sant'Antioco VIDEO


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Paese

Dati Generali
Il paese di Sant'Antico
Sant´Antioco è un Comune della nuova provincia di Carbonia-Iglesias, situato sull´isola omonima, nella parte sud occidentale della Sardegna. È posizionato a 10 metri sul livello del mare sulle pendici del colle del Castello. Conta 11753 abitanti. Il nome del paese appare per la prima volta in documenti del 1300. Riprende il nome dal Santo a cui era dedicata la chiesa parrocchiale edificata nel XII secolo.
Il territorio di Sant'Antico
Altitudine: 0/273 m
Superficie: 87,53 Kmq
Popolazione: 11730
Maschi: 5842 - Femmine: 5888
Numero di famiglie: 4168
Densità di abitanti: 134,01 per Kmq
Farmacie: piazza Italia, 16 tel. 0781 83003 - piazza Umberto, 9 tel. 0781 83031
Guardia medica: via Rinascita, 23 - tel. 0781 83591
Polizia municipale: via Iglesias - tel. 0781 82062
Carabinieri: Comando Stazione v. della Rinascita tel. 0781.83122


Storia

SANT’ANTIOCO o SULCI (Sulci o Sylchi), comune della Sardegna, nella penisola dello stesso nome e nella provincia d’Iglesias, capoluogo di mandamento della prefettura di Cagliari.

La sua situazione geografica è nella latitudine 39° 4' 80" e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 40'.

Sorge questo paese incontro al levante nella pendice di un colle, detto Monte-e-Cresia, e va stendendosi verso la sponda del seno boreale, che formasi all’istmo che unisce questa terra alla Sardegna.

Non sono forse ancora scorsi cent’anni, da che in questo luogo, dove già sorse l’antica Sulci (una delle città della Sardegna, che più fiorirono nel tempo de’ fenici, i quali vi aveano mandato una colonia, o forse più veramente instituito una fattoria, quindi nell’epoca de’ cartaginesi e poscia in quella de’ romani) si ristabilì la popolazione; la quale però crebbe con tardissimi aumenti, perchè pochissimi vi si voleano domiciliare, essendo il sito poco sicuro per le frequenti invasioni de’ barbereschi; ma quando quegli infedeli furono obbligati a cessare dalla pirateria e fu abolita la schiavitù, da quel punto crebbe rapidamente il numero degli abitanti, ed oramai si è tanto ingrandito, che questa terra pare già degna de’ privilegii ed onori di municipio.

L’isola di s. Antioco formata nel modo di una testa di cavallo col muso nella parte meridionale, le orecchie nella punta settentrionale, è lunga dal Capo Sperone a quello di Calaseta, quasi nella linea meridionale miglia 9 1/2, larga dal ponte grande, in fin del-l’istmo, sino alla spiaggia grande, nella direzione quasi del ponente-maestro miglia 5 1/2 ed ha una superficie di miglia quadrate 29' 16, corrispondente a metri quadrati 100,000,000.

Nel suo littorale contro occidente sono due piccoli seni appena notevoli, uno detto Cala lunga, distante dal capo meridionale di circa miglia 4 1/2, l’altro a poco meno d’un miglio da questo verso austro, detto Calasapone, dove fu già sino a pochi anni addietro in esercizio una tonnara; in quello contro il settentrione apresi il seno, che si denomina da Calaseta.

Il terreno di quest’isola sorge in molte parti rilevato e forma varie colline.

Sono da notare tra esse quelle che cominciano dal sito della popolazione e formano una catena lunga circa miglia 2 in direzione ad austro-libeccio, quindi l’altra più piccola che sorge presso al termine della prima di fianco e procede paralellamente.

Tra dette colline e il littorale di ponente sorgono altre quattro eminenze isolate, e tra queste e il littorale settentrionale levasi quella che dicono Sa Scolcà manna, che credo valesse Guardia grande.

Nella regione meridionale è poi notevole l’eminenza, che appellano Monte Arbu, e un po’ al settentrione di Ganài, o Canai, un’altra collina.

Si potrebbero indicare molte fonti, ma tutte poco considerevoli, come sono i rivoli, eccetto quello non perenne e prende origine da due indicate catene di colline, e si versa nel seno di Calalunga dopo un corso di circa tre miglia.

Ho già indicato nell’art. Iglesias la fonte pubblica, detta is Sollus (cioè le sorgenti), la quale somministra acqua a tutta la popolazione, e potrebbe anco somministrarla a un numero assai maggiore, perchè anche nelle grandi siccità non si è mai veduta in diminuzione. Quest’acqua è tepidetta non solo d’inverno, ma anche d’estate.

In prossimità a questa nel piano a un raggio d’un quinto di miglio alla parte di ponente e tramontana, ovunque si scavi trovasi l’acqua alla profondità di due

o tre metri, e acqua potabile come quella deis Sollus.

Un’altra fontana consimile ed eguale alla descritta deis Sollus trovasi a circa ducento passi dal mare, nel luogo detto is Narbonis che è a maestro-tramontana di quella deis Sollus, ma si è ricoperta dal proprietario del territorio per schermirsi dalla servitù, che dovrebbe patire il suo podere.

Tra le fonti più notevoli sono degne di menzione le due termali e minerali che trovansi presso il lido del seno sulcitano (golfo di Palmas) nel luogo che dicono Porticellu, distanti una dall’altra circa metri 60, ed una più abbondante dell’altra. Siccome la roccia in cui sono aperte le due vene, poco si levano sul livello del mare, però in tempo di pienezza sono stemperate dall’acqua salsa.

In là di questo punto, in quello di Malladorgia, a distanza di metri 10 dalla spiaggia, dentro il mare in un fondo basse or m. 0,25 ed ora 0,40 è un grosso zampillo d’acqua termale, che forma una ruota del diametro d’una tesa, dove è maggiore la forza del calore.

L’acqua viene su con tant’impeto che rimescola le arene in somiglianza d’una ebullizione.

Presso la spiaggia di Coa-e-cuaddu, un miglio sotto all’austro di Malladorgia, è indicata una fonte consimile.

Essendo così corta la distanza di questa fonte dal lito, così basso il fondo, potrebbesi facilmente con pietre, sabbia e terra avanzare il suolo sull’acqua, separarla dal mare e renderla utile a’ malati.

Nell’articolo Iglesias vol. VIII, pag. 329 [vedi vol. 7, p. 17, N.d.R.], abbiamo dato qualche cenno della mineralogia di quest’isola, indicando la stigmite rossa, la brecciolata, la stessa rossa con calcedonio, la per-lite rossa e verde, la bigia e verde, la nera attraversata da venette verdi, o variata da nuclei concentrati di feldspato rosso; la trachite vitrea, perlata ec., la jalite mammillare, limpidissima, il calcareo compatto di Ganai; il porfido rosso ec. Or diremo che la roccia dominante è la trachite, essendo massima parte di questa terra, come lo è pure della prossima isola a ponente-maestro, detta s. Pietro; che tra’ prodotti pirogeni sono notevoli le ossidiane vitrose e perlate, e che vi abbonda il piombo entro la roccia calcarea, nel che pare sia stata la regione del nome di Molybode o di Plumbea, con cui fu appellata dagli antichi.

In tempi lontani da noi erano in quest’isola non solo cervi, daini e cinghiali, ma ancora capre e cavalli selvatici, progenie certamente di greggie e armenti di cavalle, che restarono in loro libertà, quando l’isola rimase deserta di abitanti, o per essere stati portati via in schiavitù, o per essersi ricoverati nel prossimo continente. Poi quando alcuni pastori, uomini di coraggio, vi rientrarono con i loro armenti e le greggie per approfittare di quella copia di pascoli, quei cavalletti, piccoli di statura più che gli altri della Sardegna, a poco a poco furono assoggettati, e adoperato al servigio, e con una continua guerra si annichilarono le altre specie.

I selvatici che attualmente vi trovano i pastori sono lepri e volpi.

Devesi notare una gran quantità di pernici principalmente nella regione di Ganai, e copia di colombi, i quali nidificano nelle grotte che sono in gran numero nelle coste di ponente, dove pure frequentano i vitelli marini.

Nel citato art. d’Iglesias si è parlato dell’istmo che congiunge quest’isola al continente sardo, e si sono indicati gli isolotti, ne’ quali l’istmo è diviso; essi erano Perdamanàgus, che comunica con la Sardegna per il ponte detto di s. Catterina. Cornolungo, che si unisce a Perdamanàgus per il ponte di mezzo e a s. Antioco per il ponte grande: ora noteremo che la lunghezza di quest’istmo non è più di miglia 2, e che per due terzi si dirige dalla Sardegna verso austro, formando una sponda dello stagno di Palmas, per l’altro terzo verso ponente-libeccio.

Il clima di s. Antioco è uno dei più felici. In estate il calore è temperato da’ venti periodici di mare, nell’inverno si gode un gradito tepore e il termometro di rado si abbassa sotto li 10° di Reaumur.

Difeso il popolato da’ venti di ponente e di libeccio per l’ostacolo della collina resta esposto al maestrale e più ancora alla tramontana, che vi influisce del tutto libera. Mancando ogni impedimento agli altri venti è vero il dire che la ventilazione vi è attivissima.

Le tempeste sono rarissime, come parimente le nebbie. L’umidità non è molesta se essa non venga portatavi dai venti australi. L’aria è sgombra di infezione, tuttavolta quando domina il levante e vi trasporta le esalazioni dello stagno di Palmas, essa non si può dir pura, e accade che possa produrre qualche febbre intermittente. Ma questi son casi piuttosto rari.

Popolazione. Attualmente (1849) la popolazione di Sulci, o s. Antioco, compresi i pastori che ne dipendono, ammonta ad anime 2900, distinte in maggiori di anni 20 maschi 866, femmine 897, e minori maschi 580, femmine 557. Il movimento della popolazione è notevole, e le medie del medesimo si possono definire a nascite circa 100, morti 45, matrimonii 30 all’anno.

Gli esempi della longevità non sono rari, e il viaggiatore incontrasi spesso in uomini molto attempati ma robusti anche alla fatica. Tra essi non mancano i secolari, o prossimi al secolo.

La mortalità ne’ piccoli non è tanta come altrove, e morrebbero anche in minor numero se si fosse più diligentemente con la vaccinazione provveduto contro le influenze vajuolose.

Per la cura della sanità pubblica si ha un medico di condotta, un dottor chirurgo, alcuni flebotomi e un farmacista.

L’ubertà del suolo in prodotti agrari e in pascoli rendendo facile la sussistenza, questa popolazione aumenta però con rapidi incrementi.

Anche il mare somministra al vitto e al lucro, e se questi sulcitani si applichino all’industria della pescagione dei cavalli e de’ pesci, cresceranno molto più i guadagni, e non andrà gran tempo che sopra le rovine dell’antica famosa città di Sulci vedasi surta una città novella, emporio di commercio marittimo, e sede d’un popolo fortunato. Si riconoscono dati dalla natura tutti gli elementi, che sono necessarii per la ricchezza degli abitatori di quest’isola, che può con ragione dirsi per tutti i rispetti la più considerevole e importante di quante circondano la Sardegna.

I popolani di s. Antioco sono nella massima parte sulcitani d’origine, a’ quali si sono aggiunti di giorno in giorno alcuni sardi delle altre provincie e pochi stranieri.

Sono essi gente sana robusta animi coraggiosi, uomini che affrontano i pericoli, e non degeneri da’ lori maggiori, che nella eterna lotta co’ barbereschi dimostrarono un valore maraviglioso; ma nel consorzio civile sono molto più tranquilli e pacifici, che non sieno i sulcitani della provincia del continente, laboriosi e intenti a far fortuna. Da un’altra parte dicesi di questi isolani, che sieno meno ospitali, che sono gli altri popoli sardi; tuttavolta io non credo che cotesta accusa sia ben fondata, e che da alcuni fatti particolari si possa logicamente inferire l’assenza di quella affettuosa cortesia verso i forestieri che onora tutti i sardi.

In s. Antioco sono pochi che abbiano grandi fortune, e pochi che vivano nelle angustie della indigenza. Quasi tutti sono possidenti, e la massima parte vivono in certa agiatezza, hanno copia di vitto, amano i buoni cibi, che loro somministra il mare e la terra, e bevono assai, sebbene sia rarissimo caso l’ebrietà.

Non sono in uso presso gli antiochesi le pubbliche ricreazioni ne’ giorni festivi, la danza e il canto; il che può nascer da questo che i primi popolatori non vennero da comuni, dove fossero in consuetudine quei sollazzi; ma da famiglie disperse nell’isola, o nella prossima regione della Sardegna.

Forse non meno di 800 persone sono applicate all’agricoltura, circa 150 alla pastorizia, 50 al negozio, 160 alle arti meccaniche senza contare i garzoni, 40 a’ trasporti, e altrettanti alla pesca o al trasporto delle derrate per mare. Le donne, come in tutte le altre parti dell’isola, occupano il tempo che loro rimane dalle consuete faccende domestiche in filare e tessere.

La parte meno agiata di questa popolazione vive negli ipogei, o tombe sotterranee, che furono descritte nell’art. Iglesias sotto il titolo Necropoli, pag 381 [vedi, vol. 7, p. 84, N.d.R.].

La comodità di goder del fresco dell’estate, d’un ambiente tiepido nell’inverno, e la economia delle spese che esige una casa per ripari frequenti, fa che questi trogloditi amino di continuare la dimora dentro quelle caverne finchè per migliorate sorti credono conveniente di abitare in stanze migliori sopra la terra.

La scuola primaria può numerare circa 40 fanciulli. Le persone che nel paese sanno leggere e scrivere possono giungere a 100.

In s. Antioco sono stabiliti per il comando militare un comandante ed un ajutante maggiore, e un sottotenente, ed è il tribunale di mandamento che estende la sua giurisdizione non solo sopra Calaseta, ma ancora sopra i salti prossimi della Sardegna, Tratalias, Suergiu, e Palmas.

Agricoltura. Nel territorio proprio degli Antiochesi sono forse più di giornate diecimila, e di esse coltivate non meno di 6000. Le rimanenti possono essere coltivate e non scorrerà gran tempo che lo sieno, come lo saranno pure le isolette dell’istmo.

Il terreno nella parte a greco dell’isola è generalmente sabbioso, nelle altre argilloso: il primo ottimo per le viti, l’altro per i cereali.

La seminagione si calcola approssimativamente di starelli 1700 di frumento, 500 d’orzo, 650 di fave, 100 di legumi. Sicchè viene impiegata alla produzione di cereali una superficie di starelli 2950, o ettari 5900.

La fruttificazione ordinaria è del 12 pel frumento, del 14 per l’orzo e le fave, dell’8 per i legumi.

Le regioni più granifere e però meritamente celebri sono quella di Ganai, che trovasi nella parte meridionale dell’isola, e quella di triga che estendesi dall’anzidetta al territorio di Calaseta. Il nome di Triga pare proveniente dal sardo Trigu, tricu (triticum) e significativa di questa speciale fertilità.

Coteste due regioni, che comprendono la massima parte dell’isola, circa 12 miglia quadrate, sono sparse di casali, simili a quelli che abbiamo descritti nell’articolo d’Iglesias, ragionando de’ furriadorgius, e composti di case di abitazione per i padroni e per i servi, di magazzini, stalle, e capanne.

Il numero di questi furriadorgius nell’isola sono di circa 120.

Il territorio particolare di ciascun casale è di superficie disuguale dalle 20 alle 100 e più giornate tra coltivabili e tivate, ed è proporzionato alla estensione il numero delle persone che vi soggiornano, perchè sono tante quante sono necessarie per i lavori.

A differenza di ciò che si pratica ne’ furriadorgius del continente, i proprietari con la loro famiglia vanno a stare nel paese in quei tempi, che non si ha da lavorare, e lasciano ne’ casali per custodirli e per curare il bestiame i servi e talvolta i figli.

Orticultura. È questa esercitata in quanto basta alla popolazione, e la terra è così benigna che non si vede altrove una più vigorosa vegetazione. Certe specie producono frutti enormi, aggiungendosi a questo un gusto molto gradevole.

Vigna. I terreni sabbiosi prossimi al paese sono adattatissimi alle viti, epperò i filari non solo vedonsi rigogliosi di pampini, ma carichi e spesso stracarichi di grossissimi grappoli.

L’ordinaria vendemmia dà tanto da riempire più di 2500 botti di cento quartara, o di litri 500; qualche volta bastano appena tutti i vasi, usati e nuovi, perchè come accadde in uno degli anni prossimamente passati si ebbe di mosto circa 4000 botti, ossieno litri 2,000,000.

Si manipolano pochi vini gentili. Il vino comune è di un nero carico, ma comparativamente agli altri vini della Sardegna è poco spiritoso; quindi offende poco il beverne assai come fanno gli antiochesi.

Una parte del vino superfluo, che non si possa vendere si distilla in acquavite. Questa è pure una bevanda, di cui si fa gran consumazione nel paese e nel suo territorio.

Comunemente uno starello di terreno piantato a viti, che, suole avere 5000 fondi, produce cinque o sei botti di vino; ma se la vigna sia lavorata con intelligenza produce anche al doppio, cioè litri 5 oppure 6000. I grappoli che in cinque o sei pesino un rubbo non sono rari.

Alberi fruttiferi. Ne’ paesi del Campidano vedonsi estesissime regioni, dove nell’estate non v’è alcun’ombra, nella quale possa uno sottrarsi agli ardori cocenti del sole; ma ne’ predi che sono intorno al paese sono alberi di molte specie e spesso anche in numero considerevole: nel territorio però degli antiochesi non troverai nessun albero, e nelle vigne vedrai solo rarissime ficaje, più raro qualche albero di altra specie. Perchè così? Forse che il clima non favorisce i maggiori vegetali? Dicono gli antiochesi, che l’isola essendo troppo ventosa gli alberi fruttiferi non prosperano: ma contro di che essi dicono sono pur prosperissimi e molto produttivi quei pochi alberi che si hanno, e non mancano siti riparati da’ venti più forti e più freddi; anzi sono frequenti i luoghi dove si potrebbero fare grandi piantagioni delle specie più stimate.

La frequenza degli olivastri che si trovano sparsi nell’isola indica che in altri tempi questa specie era coltivata da per tutto: la loro prospera vegetazione promette che per l’innesto potrebbero produrre gran copia di frutti. Quando gli antiochesi saranno più industriosi i loro lucri si doppieranno e triplicheranno.

Le terre chiuse, senza riguardare il vigneto, sono poche. I fichi d’India siepe ordinaria delle medesime.

Pastorizia. In altri tempi, quando non era dissodata e coltivata tanta estensione di terre, pascolavano in quest’isola molti e numerosi branchi di vacche, capre, pecore, e vi erano pure armenti di cavalli e di porci; poscia prevalendo, come sempre prevale l’agricoltura, il bestiame si diminuì nelle specie e nel numero de’ capi, e presentemente non vi si educano che pochi armenti di vacche, e sole pecore.

I buoi destinati all’agricoltura sono circa 380, i cavalli per servigio 130, i giumenti 250.

Le vacche rudi forse sono in totale 750, le pecore circa 12,000.

Mancano gli armenti equini, mancano le capre, e non si dà ingresso a’ porci nell’isola, sì perchè mancano i ghiandiferi, sì perchè torrebbero alle pecore di potersi dissetare in quelle pochissime fonti, che sono nell’interno cangiandole in pantani.

L’apicultura è affatto negletta.

La pescagione sarebbe un ramo di grandissimo lucro per la copia immensa de’ pesci che vivono ne’ mari e intorno, cioè ne’ due seni che forma l’istmo tra quest’isola e la Sardegna, che sono, uno il celebre golfo Palmas, l’altro il mare che dicesi stagno, perchè l’acqua ha pochissima profondità sì che appena vi posson scorrere le barche piatte.

Commercio. Il porto di s. Antioco è nella ordinazione dello stato maggiore di Porti indicato tra’ porti di quarta classe, ed ha un capitano di quarta classe con un luogotenente.

La dogana ha un venditore particolare.

Gli antiochesi vendono a’ carolini ed a’ genovesi gran quantità di prodotti agrari, frumento, fave, legumi, vini comuni e gentili, formaggio, pelli ecc.

Il prodotto di queste vendite può in media computarsi a ll. n. 150 mila.

A questo si dee aggiungere quello che si ottiene dalla pesca e da altri oggetti minori.

Strade. Nell’interno dell’isola le vie vicinali sono sentieri, dove non in tutte parti si può carreggiare.

Era in tempi antichi una strada che passava per le isolette dell’Istmo, unite tra loro e la Sardegna per ponti bassi a piccoli archi; ora, essendo questi distrutti in massima parte, i carri e cavalli passano facilmente nel mare, dove è poc’acqua e fondo solido di certa breccia, e per il ponte di s. Catterina entrano nella Sardegna dirigendosi o verso Flumentepido a tramontana, o verso Suergiu a levante, o verso Palmas all’austro.

La prima e la terza di queste vie pare che seguano la direzione delle antiche grandi strade, che diceansi romane, le cui tracce sono sparite o sepolte almeno in gran parte.

Religione. La parrocchia di s. Antioco è sotto la giurisdizione del vescovo d’Iglesias, che appellasi Sulcitano dal luogo primitivo della sede di questa diocesi, che era appunto in quest’isola, in questo stesso luogo, ove siede la novella popolazione.

La cura delle anime è commessa a due preti, uno de’ quali ha il titolo di provicario. Faranno essi quel che potranno, ma certamente sono insufficienti al bisogno in certe occasioni, massime dovendo spesso viaggiare per andar a trovar gli ammalati ne’ casali, e non potranno dar opera alla istruzione religiosa con grave pregiudizio della fede e della morale.

L’unica chiesa che sia in questo paese è quella che esisteavi da tempo antico sopra la tomba di s. Antioco, che fu scoperta in un sotterraneo, in forma di catacomba.

Essa è già piccola per il numero attuale de’ parrocchiani, che non può esser contenutovi in due volte per udir la messa; il che sarebbe una nuova ragione per accrescere alla medesima un altro prete. La religione di s. Maurizio, feudataria dell’isola, fa come fanno i prebendati, che per risparmiar le spese delle amministrazioni parrocchiali, lasciano le chiese sfornite di arredi e di sacerdoti, come tante volte il riguardo che dobbiamo alla decenza del culto e alla istruzione religiosa ci obbligò ad osservare.

Delle feste per s. Antioco si è parlato nell’articolo d’Iglesias tom. VIII, pag. 437 e segg. [vedi vol. 7, pp. 156 ss., N.d.R.].

Per rispetto alla invenzione delle sue reliquie vedi nella stesso art. pag. 404, e segg. [vedi vol. 7, pp. 113 ss., N.d.R.]

Sulle antichità sulcitane, e particolarmente sopra la metropoli de’ popoli sulcitani, vedi nello stesso art. pag. 378 e segg. [vedi vol. 7, pp. 80 ss., N.d.R.]

Sull’antico castello di s. Antioco, di cui resta ancora gran parte, vedi pag 390 [vedi vol. 7, p. 95, N.d.R.].

Nuraghi. Queste antiche costruzioni sono molto frequenti, e forse lo erano anche più in tempi antichi, perchè come in altre parti ne furono disfatte molte per impiegare i materiali ad altri edifizii, così è credibile che sia avvenuto anche in quest’isola. Tuttavolta ne sono rimasti in buon numero, già che se ne annoverano ancora 27, de’ quali darò i nomi:

1 Nuraghe su Sollu (cioè della sorgente?), 2 n. Frongia, 3 n. Marteddu in Malladorgia, quasi intero, 4 n. de Predi Masedu, quasi intero, 5 n. de Candiazzus, 6 n. Fraizzu, quasi intero, 7 n. Triga, nella regione e punta della eminenza, 8 e 9 altri due in triga, 10 n. Paringianu, 11 nur. Dessa Serra deis Nuargis (cioè nuraghis), 12 n. dessa Pruna, 13 n. dessa Grutta dess’acqua, 14 n. Ega (cioè entrata) deis gruttas, 15 n. Ballisai, 16 n. Montalbeddu, 17 n. dessu Sensu (assenzio), 18 n. dessa Carroccedda, 19 n. de Montalbu, 20 Nuargi manna in Calaseta, 21 n. de Macariu, 22 n. Cueginas in Triga, 23 n. dess’Ega de Antonianna, 24 n. dessa Turra, 25 n. dessa Scolca manna, 26 n. dessu Miconi, 27 n. dess’Ega-funtanas.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Sant'Antico
Aprile: Sant'Antioco. Nella giornata dedicata al Santo si organizza una solenne processione con sfilata di gruppi folkloristici, "traccas" (carri caratteristici) e cavalieri.
29 giugno: San Pietro. Festa in onore del Santo.
3 settembre: Nostra Signora di Bonaria.